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La Mano Invisible di David Macián, una denuncia sociale contro il precariato

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Sabato 25 novembre il regista David Macián sarà presente al cinema Apollo 11 di Roma (ore 18) per presentare La Mano Invisible, la sua opera prima – tratta dall’omonimo romanzo di Isaac Rosa – che dal 23 novembre sarà nei nostri cinema in dieci copie. In Spagna, pur uscendo la scorsa primavera in pochissime copie, La Mano Invisible è divenuto rapidamente un film di culto.


In un capannone industriale, undici persone vengono contrattate per fare il proprio lavoro davanti a un pubblico che non vedono. Sono un muratore, un macellaio, una sarta, un cameriere, un meccanico, un informatico, una donna delle pulizie. Opera d’arte, reality show, macabro esperimento? I partecipanti non sanno cos’hanno di fronte, nè di chi sia la mano che muove i fili di questo perverso teatrino, mordente parabola sulla precarietà del lavoro, di bruciante attualità. In economia il concetto di “mano invisibile” allude alla supposta capacità autoregolatrice del mercato. Secondo Adam Smith, una società libera genera una serie di meccanismi, dalla competenza all’empatia, che garantiscono un’equa distribuzione della ricchezza e del benessere sociale. Il film presenta esattamente lo scenario contrario: l’impoverimento di un contesto lavorativo a causa di meccanismi invisibili di disumanizzazione e di precariato.

La particolarità del film non risiede solo nel tipo di rappresentazione teatrale, nè in questo mettere a nudo le dinamiche disumane dell’economia contemporanea, ma nel render chiaro il ruolo dello spettatore -sia dentro che fuori dal film-, che contempla la situazione da lontano. Il pubblico guarda senza intervenire, a dimostrazione dell’assurdità e la disperazione che possono dilagare in un contesto di lavoro senza diritti nè dignità per l’essere umano. Opera di denuncia sociale, e gioco di prestigio narrativo, con un fantastico gruppo di interpreti, La Mano Invisible è pura identificazione. Perché tutti noi siamo loro.

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Per addentrarci nelle tematiche del film, vi proponiamo un estratto dell’intervista rilasciata dal regista David Macián.

L’importanza dello sguardo all’interno del film: la pressione che ne deriva sottolinea l’assenza di senso nel lavoro che svolgiamo oppure tende ad evidenziare lo sfruttamento lavorativo contro cui si coalizzano gli 11 protagonisti?

I lavori mostrati nel film perdono di dignità, risultano completamente improduttivi; in qualche maniera riflettono la reale sovrapproduzione e al tempo stesso c’è un modo di lavorare che non ti fa capire perchè tu lo stia facendo; il ruolo dello sguardo è misurato in forma di show, in qualche modo il pubblico viene messo davanti ad una sorta di circo e diventa più selvaggio man mano che i “lavoratori” smettono di fare ciò che stanno facendo. C’è un film a cui mi sono ispirato ed è quello di Sidney Pollack, forse i cinefili lo ricorderanno, They Shoot Horses, Don’t They?: vi è un concorso di ballo, durante la depressione americana, in cui vince chi balla di più; e si balla per giorni e giorni, e si creano delle dinamiche di competizione ed assurdità presenti anche nel mio film.

Insomma… Nulla è cambiato.

Diciamo di sì. La mano invisible del titolo, lo avrete capito, si rifà in parte alla famosa metafora di Adam Smith, ma c’è sicuramente una seconda lettura, nel libro come nel film, secondo cui siamo davanti a dei lavoratori invisibili che hanno perso la loro coscienza di classe, la loro dignità.

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Dal contenuto alla forma. A livello stilistico, questa pulizia formale che ricorda Kubrick come Haneke, trae ispirazione da qualche film, o meglio , ci sono degli autori che l’hanno influenzata in questo equilibro formale?

Non ho un riferimento vero e proprio; il film è così in virtù del libro. La parte formale del lungometraggio diciamo che deriva dal libro; io sposo un cinema dove ci sono piani generali e camera fissa; ho fatto dei cortometraggi, ma questo è il mio primo vero film.

Che significato ha portare il film in visione al Parlamento Europeo?

Ritengo che un film più visibilità ha meglio è; credo che questo mio lungometraggio abbia anche una virtù: di essere pedagogico, di riuscire a toccare il tema sulle relazioni tra persone che lavorano; nel contesto del Parlamento Europeo potrebbero scaturire riflessioni più profonde sul tema del lavoro.

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Un dibattito sul contesto attuale, direi scarso i termini di possibilità di lavorare e di renumerazione.

Come le condizioni, o meglio le costrizioni, siano in grado di far uscire il brutto dell’essere umano. In Spagna siamo alla quinta settimana di distribuzione e continua ad esserci sempre un dibattito molto forte ad ogni presentazione. Questo è un buon segno; si toccano temi in un certo senso invisibili, c’è un automatismo che rende ciechi. Infatti, l’obiettivo del film era quello di parlarne, di parlarne con un pubblico, di condividere situazioni che si vivono al lavoro, proprio per capirne di più.

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